Nel tempio di Hathor a Dendera, in Alto Egitto a 65 km a nord di Luxor, esiste una piccola cripta scolpita nel pavimento del santuario principale. Vi si accede da una stretta apertura. Le sue pareti sono coperte da una serie di rilievi databili al periodo tolemaico tardo (regno di Tolomeo XII, 80-30 a.C.). Tra essi, in una scena ricorrente sei volte con piccole variazioni, sacerdoti reggono — o meglio, vengono raffigurati accanto a — quello che alcuni autori novecenteschi hanno interpretato come una lampada elettrica antichissima. La scena è entrata nella letteratura "fantarcheologica" come prova che gli antichi egizi conoscessero l'elettricità.
L'interpretazione classica egittologica è del tutto diversa: si tratterebbe della rappresentazione canonica della creazione del cosmo attraverso il dio Atum. Esaminiamo entrambe le letture.
Cosa raffigura la scena
Le sei scene della cripta di Dendera mostrano una composizione similare:
- Un oggetto allungato, di forma bulbiforme, che ricorda una grande bottiglia, una pera o un sacchetto
- All'interno dell'oggetto, una linea sinuosa simile a un serpente con la testa di una colomba o di un altro animale
- L'oggetto è sostenuto da una colonna decorata (il djed, simbolo egizio di stabilità) o da un pilastro
- Sotto, una figura semi-umana con braccia alzate (Heh, dio dell'eternità)
- Un cavo o filamento esce dalla base dell'oggetto e si collega ad altre figure
- Sacerdoti — generalmente quattro — sono raffigurati nei pressi della scena
La somiglianza visiva di questa composizione con la moderna lampada di Crookes (tubi a vuoto inventati nel 1875, con cavi di alimentazione e filamenti elettrici interni) è — bisogna ammetterlo — sorprendente a uno sguardo distratto.
L'interpretazione "elettrica"
L'autore principale di questa lettura è lo scrittore svizzero Erich von Däniken, che nel libro The Eyes of the Sphinx (1989) e in successive pubblicazioni propose la tesi:
- I bulbi raffigurati sono lampade a incandescenza o tubi a scarica
- I "serpenti" interni sono filamenti
- I "cavi" sono conduttori elettrici
- I "pilastri djed" sono isolatori
- Il sistema spiegherebbe perché nelle camere mortuarie egiziane non sono stati trovati segni di fumo da torce — gli antichi egizi avevano luce elettrica
L'argomento accessorio — il "perché-non-c'è-fumo" — è popolare. Ma è anche controversibile: l'illuminazione delle tombe avveniva con lucerne ad olio (olio di ricino, di sesamo) e con specchi di rame lucidato che riflettevano la luce solare attraverso pozzi appositi nei templi. Le pareti delle tombe presentano effettivamente leggere tracce di nerofumo carbonioso in molti casi, ma di livello compatibile con l'illuminazione antica a olio (lampade portatili a basso consumo, brevemente accese).
L'interpretazione canonica
Le scene di Dendera vengono lette dagli egittologi (Sylvia Schoske, Christian Leitz, Dieter Kurth) all'interno del corpus di iscrizioni cosmologiche del tempio, dette Bandeau Astronomique. Vi si racconta — in linguaggio iconografico e accompagnatorio epigrafico — la cosmogonia di Atum:
- Atum sorge dalle acque primordiali del Nun
- Da Atum si genera il loto cosmico, che si apre per liberare il ba (anima) del dio
- Da questo loto-uovo cosmico nasce il serpente Mehen (il serpente avvolgente)
- Il serpente è "imprigionato" nel guscio del loto (l'"oggetto bulbiforme" delle scene)
- I sacerdoti sono inservienti del rito cosmico — non operatori di tecnologia
Il testo geroglifico nelle vicinanze delle scene è esplicito (Edfou-Dendera Project, traduzioni Kurth 1998-2008): «Ecco il loto-uovo che contiene il serpente del primo giorno». La rappresentazione è simbolica, religiosa, in linea con altri rilievi cosmogonici egiziani.
I problemi pratici dell'ipotesi elettrica
L'ipotesi delle "lampade elettriche" si scontra con cinque problemi:
- Nessuna lampadina è mai stata trovata: in 150 anni di scavi egiziani, non è mai stato recuperato un solo oggetto fisico interpretabile come lampada elettrica antica.
- Nessuna pila o generatore: la "pila di Baghdad" (di provenienza partica, non egiziana, e probabilmente più tarda) è l'unico oggetto antico avvicinabile a una pila — ma le sue caratteristiche elettriche sono troppo modeste per alimentare una lampadina.
- Nessuna parola egizia per "lampada elettrica" o concetti elettrici: gli antichi egizi conoscevano il pesce elettrico (Malapterurus, "tuono del Nilo") ma non avevano vocabolario o concetti per "corrente elettrica".
- Nessuna metallurgia compatibile: le lampadine richiedono filamenti di metalli refrattari (tungsteno) o gas rarefatti (alta pressione). Tecnologie del XIX secolo industrializzato.
- Le scene sono in una cripta sotterranea, non visibili al pubblico: se l'illuminazione fosse stata tecnologia in uso, sarebbe stata raffigurata in luoghi visibili — non in nicchie segrete dei templi.
La cripta come iniziazione
La cripta di Dendera era inaccessibile al pubblico — vi si entrava solo per riti di iniziazione del sommo sacerdote. Le scene rappresentavano la cosmogonia esoterica della religione egizia, non descrivevano tecnologie operative. Quel che appare a un occhio del XX secolo come "lampadina elettrica" è — più probabilmente — il djed con il loto cosmico nel suo guscio mitologico.
Nel 2023 un team francese-egiziano (Sorbonne, IFAO Le Caire) ha completato la documentazione fotogrammetrica completa della cripta di Dendera, inclusa la traduzione integrale delle 218 colonne di geroglifici che accompagnano le scene. La pubblicazione 2024 conferma definitivamente la natura cosmogonica delle raffigurazioni. La "lampada di Dendera" è iconografia religiosa, non tecnologia perduta.