Attorno al 330 a.C., dal porto greco-marsigliese di Massalia (l'attuale Marsiglia), un esploratore di nome Pitea salpò per il nord. La sua era una missione commerciale e scientifica: identificare le fonti dello stagno britannico e dell'ambra baltica, di cui il Mediterraneo aveva bisogno. Pitea costeggiò la Spagna, raggiunse la Bretagna, circumnavigò la Gran Bretagna, e poi — secondo il suo resoconto perduto Sull'Oceano — proseguì verso nord per altri sei giorni di navigazione. Trovò una terra che chiamò Thule. Era, scrisse, "l'ultima delle terre abitate" — ultima Thule.
Cosa scrisse Pitea
Il testo di Pitea non ci è pervenuto, ma frammenti ne sono riportati da Strabone, Plinio il Vecchio, Polibio e Diodoro Siculo. Da quei frammenti — alcuni ostili, perché Pitea fu lungamente considerato bugiardo — emerge un'immagine coerente. A Thule:
- Il sole d'estate non tramontava (sole di mezzanotte)
- D'inverno il sole non sorgeva
- Il mare nella regione era denso, gelatinoso, "come polmone marino" — descrizione probabilmente del pack di ghiacci nascenti o della nebbia gelida del Mare di Norvegia
- Gli abitanti coltivavano cereali, allevavano bestiame, producevano una bevanda d'orzo e miele (idromele/birra)
- Esistevano lunghe notti polari
I dati astronomici (sole notturno) collocano Thule oltre il Circolo Polare Artico, quindi al 66° latitudine nord. La distanza navigata da Pitea — "sei giorni a nord della Gran Bretagna" — è compatibile con varie destinazioni.
I candidati
Quattro identificazioni hanno dominato il dibattito moderno:
- Islanda: è la candidatura più semplice. Sei giorni di navigazione settentrionale dalla Scozia portano lì. Ma all'epoca di Pitea (IV secolo a.C.) l'Islanda era pressoché disabitata — solo monaci irlandesi vi si stabiliranno otto secoli dopo. Pitea descrive Thule abitata e agricola. Difficile.
- Norvegia centrale-settentrionale: la regione del Trøndelag e del Nord-Trøndelag, sopra i 64° di latitudine, era abitata nell'età del Ferro pre-romana, e clima e fauna corrispondono. Questa è oggi l'identificazione preferita dalla maggior parte degli archeologi (Cunliffe 2002, Roller 2006).
- Isole Shetland o Faroe: candidate "intermedie", più vicine a Pitea ma con latitudini insufficienti per il sole di mezzanotte completo.
- Groenlandia: improbabile, distanza eccessiva e nessuna evidenza di abitazione contemporanea.
Thule come simbolo
Già nell'antichità Thule cominciò a sganciarsi dalla geografia e diventare simbolo. Virgilio, nelle Georgiche, evoca Ultima Thule come metafora del confine ultimo del mondo. Seneca, nelle Medee, profetizza che verranno tempi in cui Thule non sarà più l'estremo limite — interpretato dopo Colombo come anticipazione mistica della scoperta dell'America. Nel Medioevo, l'Ultima Thule di mappe come la Carta Cluniacense viene collocata genericamente in Islanda, all'estremo nord, simbolo di tutto ciò che è remoto e mitico.
Thule esoterica e nazista
Nella tarda età vittoriana ed edoardiana, l'occultismo europeo riscoprì Thule come avatar di un mito più antico — la patria iperborea, la civiltà primordiale ariana del polo. Helena Petrovna Blavatsky, nel Trattato delle Razze, parla di una "razza polare" originaria. Negli anni Venti, a Monaco di Baviera, fu fondata la Società Thule (Thule-Gesellschaft), gruppo esoterico-nazionalista che predicava l'esistenza di una civiltà ariana iperborea perduta sotto i ghiacci, di cui i tedeschi sarebbero stati eredi. Tra i membri figureranno alcuni dei primi finanziatori del partito nazista. Dietrich Eckart, mentore di Hitler, era frequentatore. Il logo della società combinava una svastica e una spada.
Negli anni Trenta, l'Ahnenerbe nazista (l'istituto di pseudoricerca delle SS di Heinrich Himmler) organizzò varie spedizioni — in Tibet, in Antartide, nelle Isole Canarie — alla ricerca di tracce della civiltà ariana iperborea perduta. Tutte fallirono. Ma il mito di Thule fu uno dei vettori più potenti dell'ideologia razzista nazista.
Cosa resta
Pitea era — come dimostrato dalla critica del Novecento (Hennig, Cunliffe) — un esploratore esatto, non un bugiardo. La sua Thule fu probabilmente la costa norvegese sopra il 64° parallelo. Tutto il resto — il misticismo iperboreo, le rovine di una civiltà perduta — è proiezione successiva.
Un'analisi astronomica retrocomputata pubblicata nel Journal for the History of Astronomy (2024) ha confermato che le descrizioni di Pitea relative all'altitudine del sole estivo sono compatibili con osservazioni effettuate tra i 64° e i 66° di latitudine — la fascia delle coste norvegesi centrali e settentrionali. Il caso "Thule = Norvegia" si rafforza ulteriormente.