Nel cuore del Pacifico meridionale, a 3.700 km dalla costa cilena e 2.000 dall'isola abitata più vicina (Pitcairn), c'è un'isola triangolare di 163 km² coperta di erba e tracce vulcaniche: Rapa Nui, l'Isola di Pasqua. Su questa isola, una delle più isolate del pianeta, una civiltà polinesiana arrivata tra il IX e il XII secolo d.C. scolpì in cinque secoli quasi 900 statue monumentali di tufo vulcanico — i celebri Moai. Le trasportò dalla cava di Rano Raraku al perimetro dell'isola e le erse su piattaforme cerimoniali (ahu) con il viso rivolto verso l'interno, verso i villaggi.
Poi, in un periodo che va dal 1500 al 1700, qualcosa successe: le statue smisero di essere erette. Molte furono rovesciate. La popolazione collassò. Quando il navigatore olandese Jacob Roggeveen sbarcò sull'isola nel giorno di Pasqua del 1722, vi trovò 2.000-3.000 abitanti, molti moai abbattuti, foreste sparite, l'isola in rovina.
Origine e cronologia
I rapanui sono polinesiani giunti probabilmente dalle Marchesi o da Mangareva. Le datazioni al radiocarbonio del primo insediamento variano tra il 700 e il 1200 d.C.; il consenso archeologico contemporaneo (Hunt e Lipo 2011) si attesta sul 1200. La popolazione massima fu stimata tra i 10.000 e i 20.000 abitanti al picco, attorno al 1500-1600.
La produzione dei moai si concentra tra il 1100 e il 1600 circa. Furono scolpiti quasi tutti nella cava di Rano Raraku, un cratere vulcanico al centro-est dell'isola la cui roccia di tufo è relativamente tenera e lavorabile con utensili di basalto. Nella cava sono ancora visibili circa 400 moai in vari stadi di lavorazione — alcuni quasi finiti, ancora attaccati alla roccia madre, altri in fase iniziale. Il moai più grande mai scolpito, ancora nella cava, è alto 21 metri e pesa circa 270 tonnellate.
Come venivano spostati
Il trasporto dei moai dalla cava (al centro dell'isola) ai 313 ahu sulla costa (in media 5-10 km di distanza) è uno dei grandi problemi dell'archeologia oceanica. La risposta ortodossa propone l'uso di slitte di legno trainate da centinaia di persone su rulli o tronchi cilindrici. Una risposta alternativa, ormai sperimentalmente confermata, è il "walking": i moai venivano fatti "camminare" verticalmente con un sistema di corde legate alla testa, manovrate da squadre laterali che li facevano oscillare avanti, come una persona enorme che fa passi a destra e a sinistra.
La tradizione orale rapanui descrive proprio i moai che "camminavano" (neke-neke). Per decenni questa fu liquidata come metafora. Nel 2012 gli archeologi Terry Hunt e Carl Lipo dimostrarono sperimentalmente, con una replica a grandezza naturale, che 18 persone con tre corde possono effettivamente "camminare" un moai da 5 tonnellate per oltre 100 metri al giorno. La base "incurvata" dei moai in transito, prima considerata difetto di scolpitura, risulta essere progettata esattamente per consentire questo movimento oscillante.
Il collasso ecologico
Nel 1786 il navigatore francese La Pérouse trovò Rapa Nui priva di alberi. Le analisi palinologiche (Flenley e Bahn) hanno confermato che l'isola, originariamente coperta da una foresta di palme giganti (Paschalococos disperta), fu progressivamente deforestata tra il 1300 e il 1700. La causa principale è stata attribuita alla cultura moai stessa: le palme servivano per i rulli di trasporto, per costruire canoe, per produrre corde di fibra. Ratti polinesiani (Rattus exulans) introdotti dai primi coloni si propagarono distruggendo le palme dall'interno mangiandone i semi.
Il libro di Jared Diamond Collapse (2005) ha popolarizzato Rapa Nui come "parabola" di società che si autodistrugge. La tesi è stata però criticata dalla generazione successiva di archeologi (Hunt, Lipo, Rull). Hunt e Lipo (2018) sostengono che la popolazione rapanui in realtà non collassò mai per cause endogene: le epidemie post-contatto (vaiolo, tubercolosi), e soprattutto le razzie di schiavi peruviane del 1862-63 che deportarono metà degli isolani al lavoro in miniere di guano, furono la causa demografica devastante. I rapanui pre-contatto, secondo questa lettura, vivevano in un equilibrio ecologico modificato ma sostenibile.
Il rongorongo
Una particolarità ulteriore di Rapa Nui è il rongorongo, un sistema di simboli incisi su tavolette di legno scoperti dai missionari nel 1864. Sembra una scrittura — una delle pochissime sviluppate indipendentemente da popolazioni isolate. Ma nessuno è mai riuscito a decifrarla. Solo una ventina di tavolette autentiche è sopravvissuta; la maggior parte fu distrutta dai missionari o si consumò. Gli ultimi sapienti che potevano leggerla morirono durante le razzie di schiavi del 1862. Il rongorongo è oggi un sistema chiuso.
Una analisi paleogenomica pubblicata su Nature nell'agosto 2024 ha analizzato il DNA di 15 individui rapanui pre-contatto e ha confermato l'assenza di mescolanze con popolazioni continentali sudamericane prima del XVI secolo — contraddicendo la celebre tesi norvegese di Thor Heyerdahl. Il flusso genetico con i nativi sudamericani avvenne, ma solo dopo il primo contatto europeo, non prima.