Nel 1936, durante uno scavo a Khujut Rabu, a 33 km a sud-est di Baghdad, l'archeologo austriaco Wilhelm König, allora direttore del Museo Nazionale dell'Iraq, identificò tra il materiale recente un piccolo manufatto di terracotta che gli sembrò molto particolare. Una giara di argilla, alta circa 14 cm, sigillata con bitume in cui era inserito un cilindro di rame avvolto attorno a un'asta di ferro. König notò la struttura interna e azzardò una proposta che sarebbe diventata celebre: si trattava — sostenne — di una pila elettrica, probabilmente partica (250 a.C.-225 d.C.), forse usata per galvanizzare oggetti d'oro o d'argento. Lo descrisse in un articolo del 1940 sul 9. Pfälzer Forschungen, dando origine al mito della "Pila di Baghdad" come tecnologia elettrica antica perduta.

Cosa è esattamente

L'oggetto consiste in:

  • Una giara di ceramica grezza, simile a un vasetto da farmacia, alta 14 cm
  • All'interno, un cilindro di lamina di rame arrotolato (lungo 9 cm, diametro 26 mm)
  • Dentro il cilindro di rame, un'asta di ferro corrosa, lunga circa 7,5 cm
  • Una guaina di bitume che sigilla l'apertura superiore della giara e centra l'asta
  • Probabili residui interni: si è ipotizzato vino, aceto, succo di limone — qualsiasi soluzione elettrolitica

Se riempita con un elettrolita acido (aceto al 5 % è il candidato più semplice), la "pila" effettivamente produce corrente elettrica. Test riprodotti dal Mythbusters (Discovery Channel, 2005), da Walter L. Williams (1990), e da Marjorie Senechal hanno confermato che dispositivi della stessa architettura producono circa 0,5-1,5 volt e correnti dell'ordine del milliampère per alcune ore, fino all'esaurimento dell'elettrolita.

Datazione e contesto

Il sito di Khujut Rabu è attribuito al periodo partico (250 a.C. - 225 d.C.) o, secondo alcune analisi più recenti (Paul T. Keyser, 2003), al periodo sasanide (225-651 d.C.). Le pile-oggetti sono quindi del tutto compatibili con la prima millennio di Cristo.

Nel medesimo sito furono trovati una dozzina di oggetti simili. Tutti contenevano l'asta di ferro all'interno del cilindro di rame, e mostravano segni di corrosione tipici dell'azione elettrolitica. Sembra che esistessero in piccola serie, non un unicum.

L'ipotesi elettrochimica di König

Secondo König, le pile sarebbero state usate per:

  1. Galvanizzare oggetti: depositare sottili strati d'oro o argento su gioielli base di rame o bronzo. Effettivamente, oggetti partici e sasanidi con copertura di metallo prezioso esistono, e per molti la tecnica di doratura è oggetto di dibattito.
  2. Effetti terapeutici: la corrente elettrica leggera era usata anche dai medici greco-romani (Scribonio Largo nel I secolo d.C. raccomandava l'uso del pesce torpedine per il mal di testa) — la "pila" potrebbe essere stata usata per stimolazione elettrica medica.

Le obiezioni

L'interpretazione di König è contestata. Le critiche principali:

  • Mancanza di terminali e cavi: una pila usata per galvanizzare deve essere collegata via cavi conduttori a un secondo oggetto. Negli scavi di Khujut Rabu non sono mai stati trovati cavi conduttori, terminali, o oggetti compatibili.
  • Bitume sigillato: la pila partica era sigillata in modo permanente, suggerendo che non venisse periodicamente riempita con elettrolita — comportamento incompatibile con uso pratico ripetuto.
  • Più verosimile ipotesi di "scrigno per pergamene": l'archeologo americano Paul Keyser, in un'analisi del 1993, ha proposto che le "pile" fossero in realtà recipienti per pergamene sacre conservate in bitume. L'archeologo Elizabeth Stone (Stony Brook) le interpreta come contenitori di documenti votivi, simili ai contenitori partici per testi sacri zoroastriani. L'asta di ferro centrale sarebbe stata il supporto della pergamena arrotolata.
  • Mancanza di doratura partica avanzata: l'analisi sistematica dei gioielli partici (Keyser 1993, Crawford 2002) mostra che la doratura partica usava tecniche tradizionali a fuoco (amalgama di mercurio) o doratura a foglia, non galvanizzazione elettrica.

Il consenso attuale

Il consenso accademico oggi (da fonti come Cambridge Ancient History, Encyclopaedia Iranica, e analisi del British Museum dove tre esemplari simili sono conservati) è:

  1. L'oggetto può tecnicamente generare corrente elettrica quando riempito di elettrolita acido. È un fatto fisico verificato.
  2. Ma non c'è alcuna evidenza positiva — testuale, archeologica, manifatturale — che gli antichi parti o sasanidi sapessero o utilizzassero questa proprietà.
  3. L'ipotesi più probabile è che sia un contenitore rituale o votivo per testi sacri o reliquie, di una tipologia partica nota.

In altre parole: la Pila di Baghdad è — possibilmente — un caso fortuito di tecnologia che, se solo fosse stata compresa, avrebbe rivoluzionato l'antichità. Non c'è prova che fosse compresa.

Aggiornamento — 11 maggio 2026

Nel 2024 il British Museum ha effettuato un'analisi spettroscopica non-distruttiva su due dei suoi esemplari partici, identificando tracce di soluzioni acide rapprese intorno all'asta di ferro. L'aceto in piccola quantità — possibilmente residuo di un uso elettrolitico — è confermato. Ma resta totalmente aperto se questo fosse intenzionale o un accidente di conservazione (l'aceto era ovviamente comune nell'antichità per cento usi non elettrici).

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