Castel San Pietro Terme, provincia di Bologna, metà marzo 2025. In una sala conferenze a più di duemila chilometri da Giza, tre ricercatori italiani annunciano di aver visto quello che nessun archeologo ha mai visto: otto pozzi cilindrici che scendono per centinaia di metri sotto la piramide di Chefren, camere colossali, forse un'intera città sepolta. Non hanno mai scavato. Non sono mai entrati nella piramide con uno strumento. Dicono di aver visto tutto dal satellite.
La notizia fa il giro del mondo in una settimana. Euronews, Newsweek, i tabloid inglesi, i podcast americani. Zahi Hawass, l'archeologo più famoso (e più televisivo) d'Egitto, la liquida come «fake news». Sarah Parcak, pioniera dell'archeologia satellitare, taglia corto: «I dati SAR non possono vedere attraverso la roccia. Punto». Eppure il caso non muore: cresce per un anno e mezzo, si gonfia di annunci sempre più grandi, diventa una saga. Capire perché è più interessante della presunta scoperta.
Cosa dice di aver trovato il team
Il gruppo si presenta come Khafre Project: Corrado Malanga, Filippo Biondi, Armando Mei. Secondo il team, sotto Chefren ci sarebbero otto pozzi verticali cavi, disposti su due file, avvolti da rampe a spirale, profondi circa 648 metri. La cifra oscilla a seconda della fonte: Ahram Online riporta 610 metri, altri parlano di duemilacento piedi, e un documento tecnico che la fissi non esiste. I pozzi confluirebbero in due enormi strutture cubiche da ottanta metri di lato. Alla base della piramide, cinque camere identiche disposte su più livelli; in una, secondo l'interpretazione del team, «un sarcofago». L'insieme si estenderebbe per circa due chilometri, forse collegando le tre piramidi della piana.
La portavoce del progetto, Nicole Ciccolo, evoca le leggendarie «Sale di Amenti» della tradizione ermetica. E a Euronews il team promette: «Quando ingrandiremo le immagini, riveleremo che sotto giace una vera e propria città sotterranea».
Affermazioni enormi. Su quali basi?
Il paper che esiste e quello che manca
Qui la storia si fa interessante, perché una base scientifica, in parte, esiste. Nell'ottobre 2022 Biondi e Malanga hanno pubblicato su Remote Sensing, rivista dell'editore MDPI con revisione paritaria, uno studio di «tomografia Doppler SAR» sulla Grande Piramide: quella di Cheope, non di Chefren. Il metodo non pretende di far passare il radar attraverso la roccia. L'idea è un'altra: le onde sismiche di fondo fanno vibrare la piramide di quantità microscopiche, il satellite registra questi micro-movimenti della superficie via effetto Doppler, e da lì un algoritmo ricostruisce le strutture interne. Nel paper gli autori scrivono che la piramide «diventa trasparente come un cristallo» se osservata nel dominio dei micro-movimenti.
Il problema: nessun laboratorio indipendente ha mai replicato il metodo. I report di revisione del paper, resi pubblici e discussi sul forum Metabunk, elencano dubbi pesanti: vibrazioni attese più piccole del rumore strumentale, tomogrammi sovrapposti a disegni della piramide senza assi di misura, nessuna prova su strutture già note. Gli stessi revisori chiedevano di considerare i risultati «preliminari» in attesa di verifiche sul campo.
E soprattutto: tutto ciò che riguarda Chefren, i pozzi, le camere, la città, non è mai stato pubblicato da nessuna parte. Non un paper, non un preprint, non un dataset. Ad agosto 2026 esiste solo nelle conferenze stampa, nei podcast e in un libro.
Cosa vede davvero un radar dallo spazio
Il SAR, radar ad apertura sintetica, è lo strumento che ha rivoluzionato l'osservazione della Terra: sfrutta il movimento del satellite per simulare un'antenna gigantesca e produce immagini della superficie con risoluzione che nei sistemi migliori arriva a poche decine di centimetri. Della superficie, appunto. In banda X, quella dei satelliti italiani COSMO-SkyMed usati nello studio del 2022, il segnale penetra nel terreno tra i cinque e i trenta centimetri. Il record storico documentato appartiene alla missione SIR-A dello Shuttle: nel novembre 1981 rivelò antichi letti fluviali sepolti sotto le sabbie del Sahara orientale, a una profondità di uno, forse due metri, nelle condizioni di aridità più estreme del pianeta.
Seicento metri sono due o tre ordini di grandezza oltre qualsiasi risultato mai dimostrato da un radar satellitare. Lawrence Conyers, tra i massimi esperti mondiali di georadar, ha definito la città sotterranea «un'enorme esagerazione»: nella sua esperienza, il radar da terra arriva a nove metri nelle condizioni migliori.
La replica del team è che il loro metodo non chiede al radar di penetrare: legge vibrazioni in superficie. Ed è una replica formalmente corretta, che merita di essere presa sul serio. Ma sposta il problema, non lo risolve. Ricostruire strutture profonde da micro-movimenti superficiali è un «problema inverso» matematicamente mal posto, in cui configurazioni diversissime del sottosuolo possono produrre lo stesso segnale. Senza una validazione su un bersaglio noto, un algoritmo del genere può disegnare qualsiasi cosa. Per questo i critici chiedono un test semplice: applicare il metodo a una struttura sotterranea già mappata e vedere se la ritrova. Non risulta sia mai stato fatto.
La risposta del Cairo
Il 26 marzo 2025 Hawass affida al proprio sito una dichiarazione ufficiale: le notizie sono «invenzioni propagate da individui privi di competenza sulla civiltà egizia e sulla storia delle piramidi», il Consiglio Supremo delle Antichità non ha concesso alcun permesso, nessun radar è mai stato usato dentro la piramide. E aggiunge un dettaglio da scalpellino: la base di Chefren è intagliata direttamente nel banco di roccia fino a otto metri d'altezza. E sotto quella base, conclude, non c'è alcuna colonna.
Il coro accademico è compatto. Salima Ikram, egittologa dell'American University del Cairo, ha detto al sito Decrypt che il tutto le suona «molto improbabile», e che non ci sono dati da valutare. Da Cardiff, l'archeologo Flint Dibble aggiunge una diagnosi: decenni di storie su camere nascoste hanno preparato il pubblico a credere a qualsiasi annuncio, purché contenga le parole giuste. I fact-checker arrivano alle stesse conclusioni: Snopes scrive che non esiste alcuna prova; quando nel marzo 2026 il team annuncia anche una «seconda Sfinge» sepolta, Newsweek classifica la notizia come falsa.
Come si cerca sul serio sotto Giza
Il confronto più istruttivo non è tra il Khafre Project e i suoi critici: è tra il Khafre Project e le scoperte vere degli ultimi anni. Nel 2017 il progetto ScanPyramids ha individuato un grande vuoto sopra la Grande Galleria di Cheope usando la muografia: i muoni dei raggi cosmici attraversano centinaia di metri di roccia, tre tecnologie di rilevazione indipendenti hanno visto la stessa cosa, il risultato è uscito su Nature. Nel 2023 lo stesso consorzio ha localizzato un corridoio dietro la faccia nord e lo ha confermato fisicamente, infilando un endoscopio da cinque millimetri tra i blocchi. Nel 2024 il ramo perduto del Nilo, l'Ahramat, lungo il quale vennero costruite le piramidi: individuato dal satellite, verificato con georadar e tomografia da terra, confermato da due carotaggi, pubblicato con revisione paritaria.
Satellite, ipotesi, strumenti a terra, verifica fisica, pubblicazione. Il ciclo completo si può fare, e a Giza è stato appena fatto, due volte. Al Khafre Project, dopo un anno e mezzo, mancano tutti i passaggi: non risulta una richiesta formale di scavo, nessuna tecnica indipendente ha confermato nulla, nessuna rivista ha pubblicato i dati, nemmeno come preprint.
L'escalation
In compenso gli annunci si sono moltiplicati. Giugno 2025: una seconda megastruttura, stavolta sotto Micerino, presentata al Cosmic Summit in North Carolina, palcoscenico dell'archeologia alternativa americana. Dicembre 2025, in un podcast: i dati di quattro operatori satellitari diversi avrebbero dato «esattamente gli stessi risultati», riporta il sito LADbible. Gennaio 2026: Biondi ospite da Joe Rogan per oltre due ore, con estensione delle tesi a siti in Perù e in Russia. Marzo 2026: la «seconda Sfinge» sepolta nel Cimitero Occidentale. Giugno 2026: il libro di Malanga, Giza, la città svelata, e una conferenza-evento a Castel San Pietro Terme annunciata come «atto finale», oltre mille presenti secondo gli organizzatori.
Il canale non cambia mai: conferenze, podcast, libri. Mai dati grezzi, mai una rivista scientifica. Malanga, che prima delle piramidi si è occupato per quarant'anni di ufologia e rapimenti alieni, alle critiche risponde con la tesi dell'ostruzione: l'establishment egittologico non vorrebbe vedere. È un copione collaudato, e funziona: ogni smentita diventa la prova del complotto.
Quello che resta
Sarebbe comodo chiudere dicendo che sotto Giza non c'è niente. Non lo sappiamo. Lo stesso Conyers, il più tagliente tra i critici, ammette che piccole cavità e strutture precedenti alla piramide sono plausibili: in Mesoamerica i templi venivano costruiti sopra grotte cerimoniali, e la piana di Giza è crivellata di pozzi, gallerie e camere scavate in quattromilacinquecento anni. Intanto un progetto serio, ScIDEP, sta mappando l'interno di Chefren con telescopi muonici e regolare permesso egiziano: dal primo esperimento di Luis Alvarez nel 1970, nessuna scansione muonica ha mai trovato camere nascoste in quella piramide. Vedremo cosa dirà.
Il punto è un altro. Se sotto Chefren esistesse davvero una città a seicento metri di profondità, dimostrarlo sarebbe alla portata: la muografia attraversa la roccia, i permessi si chiedono, le riviste pubblicano anche le ipotesi eterodosse quando i dati reggono. Il percorso esiste, è pubblico, e altri lo hanno appena percorso con successo. Finché il Khafre Project preferirà i podcast ai dati, la sua città sotterranea resterà dove l'abbiamo trovata: non sotto la roccia di Giza, ma in quello spazio, molto più affollato, delle cose annunciate e mai mostrate.
Nella preparazione di questo articolo la redazione si è avvalsa di un sistema di intelligenza artificiale per la ricerca documentale: oltre centotrenta tra fatti, dichiarazioni e riferimenti sono stati raccolti e verificati uno per uno, distinguendo le fonti primarie dai rilanci di stampa. La stesura è avvenuta sotto supervisione umana ed è stata rivista in redazione, che risponde per intero del testo pubblicato.
È il primo articolo di GrandiMisteri realizzato con questa modalità. Riteniamo corretto segnalarlo: quando un nuovo strumento entra nel processo editoriale, il lettore deve poterlo sapere.