Tra il 1677 e il 1682, una rete di avvelenatori, indovine e fabbricanti di filtri venne scoperta a Parigi attraverso un'indagine giudiziaria che fu, per scandalo e implicazioni, uno degli eventi più gravi del regno di Luigi XIV. Si chiama oggi Affaire des poisons — l'Affare dei Veleni. Quando lo scandalo fu definitivamente sopito, una commissione speciale aveva processato 442 persone, condannato 34 a morte, esiliate o imprigionate 218, e accumulato un dossier che il re ordinò bruciato. Quel rogo non fu completo: alcuni atti sopravvissero, e da quegli atti emerge un mondo nascosto della Parigi seicentesca.
L'inizio: Madame de Brinvilliers
Tutto comincia nel 1672 con il caso di Marie-Madeleine d'Aubray, marchesa di Brinvilliers. Donna nobile, frequentatrice del salotto di Sainte-Croix, amante di un ufficiale di nome Godin de Sainte-Croix che le aveva insegnato l'uso di veleni a base di arsenico. Brinvilliers avvelenò sistematicamente il padre, due fratelli e tentò di avvelenare la sorella per ereditare. Quando, alla morte di Sainte-Croix, vennero scoperti tra le sue carte i conti delle dosi e i destinatari, lo scandalo esplose.
Brinvilliers fuggì all'estero ma fu catturata in Belgio nel 1676. Processata, confessò sotto tortura. Decapitata e bruciata in Place de Grève il 17 luglio 1676, la sua fine fu pubblica e teatrale. Lasciò una memoria scritta che si rifiutò di firmare: "Sono morta solo perché ho confessato; se avessi negato, sarei viva."
Le indovine di rue Beauregard
Le indagini avviate sull'onda Brinvilliers rivelarono un fenomeno più vasto: una rete di devineresses (indovine), empoisonneuses (avvelenatrici) e amateurs de magie noire attiva in tutta Parigi. La figura centrale era Catherine Monvoisin, detta La Voisin, una donna corpulenta sulla cinquantina che aveva trasformato il proprio appartamento di rue Beauregard, presso il Faubourg Saint-Denis, in un ufficio completo di servizi occulti.
Da La Voisin si poteva ottenere:
- Lettura della mano, oroscopi, sedute spiritiche
- Filtri d'amore (eufemismo per pozioni con cantaridi)
- Aborti clandestini (lei stessa praticava chirurgicamente)
- "Polveri di successione" (eufemismo per veleni omicidiari)
- Messe nere — celebrate da un prete sconsacrato di nome Étienne Guibourg, su corpo nudo della cliente
La clientela era trasversale: borghesi, ufficiali, ma anche dame della più alta aristocrazia. Quando l'inchiesta cominciò a salire la scala sociale, il caso divenne politico.
La Chambre Ardente
Luigi XIV ordinò la creazione di una Chambre Ardente — un tribunale speciale autorizzato a giudicare casi di lese-majesté e veneficio. Funzionò dal 1679 al 1682, presieduto dal magistrato La Reynie, il primo capo della polizia di Parigi. Si interrogarono 442 persone; le testimonianze incrociate iniziarono a coinvolgere nomi alti.
Tra i nomi pronunciati sotto tortura: la contessa di Soissons, la duchessa di Bouillon, il maresciallo di Luxembourg, e — la più scottante — Madame de Montespan, l'amante ufficiale del re e madre di sei dei suoi figli.
Madame de Montespan
La Voisin, sotto torchiate ripetute, confessò di aver venduto pozioni a Madame de Montespan in più occasioni — pozioni che lei sosteneva fossero "filtri d'amore" per riconquistare l'affetto del re, ma che gli inquirenti sospettavano fossero invece destinate a Mademoiselle de Fontanges (rivale di Montespan, morta giovane in circostanze sospette nel 1681) o perfino al re stesso.
Le testimonianze coinvolgevano Montespan anche in messe nere, durante le quali ella si sarebbe distesa nuda sull'altare mentre Guibourg celebrava il sacrificio di un neonato, invocando demoni per garantire la propria posizione a corte.
Luigi XIV interruppe le inchieste. Fece arrestare La Voisin nel 1679, processarla rapidamente e bruciarla viva in Place de Grève il 22 febbraio 1680, prima che potesse raccontare di più sotto tortura. Sua figlia, Marie-Marguerite Monvoisin, che aveva fornito le prove più dettagliate, venne incarcerata a vita ma mai processata pubblicamente. Le testimonianze su Montespan vennero sigillate.
Il rogo dei documenti
Nel 1709 Luigi XIV ordinò la distruzione di tutti i verbali della Chambre Ardente. La Reynie obbedì in parte: alcuni atti furono effettivamente bruciati, ma altri vennero copiati segretamente e nascosti negli archivi privati. Quei documenti riemergono in epoca napoleonica e sono oggi conservati alla Bibliothèque de l'Arsenal.
Cosa rivela davvero
Per lo storico francese Anne Somerset (The Affair of the Poisons, 2003), l'Affaire des poisons è prima di tutto un caso di studio sui limiti dell'inchiesta giudiziaria quando si scontra con il potere assoluto. I veleni esistevano, le pratiche occulte esistevano, le clienti aristocratiche esistevano. Ma quanto dei coinvolgimenti più alti fosse vero — e quanto fosse stato estratto sotto tortura da testimoni che parlavano per fermare il dolore — non lo sapremo mai.
L'Affaire rivela però una cosa certa: l'aristocrazia francese del Grand Siècle viveva su un sottobosco di magia operativa, veneficio strumentale e abitudini meno sublimi di quanto i ritratti ufficiali suggerissero. Il Re Sole brillava sulla superficie; sotto, la corte si avvelenava a vicenda.
Tra il 2020 e il 2024, l'archivio digitale della Bibliothèque de l'Arsenal ha pubblicato online la trascrizione integrale dei verbali superstiti della Chambre Ardente. Le 1.700 pagine, finalmente accessibili, hanno permesso a una nuova generazione di storici di Tulane e Sorbonne di rileggere il caso con strumenti statistici e linguistici moderni. Le conclusioni preliminari (Caroline Weber, 2024) sono prudenti: il coinvolgimento di Madame de Montespan in messe nere è probabilmente esagerato dalle confessioni sotto tortura; il commercio dei veleni nella Parigi seicentesca era invece più diffuso di quanto la storiografia tradizionale avesse riconosciuto.