Nella notte tra il 1° e il 2 febbraio 1959, sulle pendici del monte Cholat Sjachl (in lingua mansi: "Montagna dei Morti") nei monti Urali settentrionali, una spedizione di nove giovani escursionisti — studenti dell'Istituto Politecnico degli Urali di Sverdlovsk — morì in circostanze che rimangono, dopo oltre 65 anni, uno dei più discussi misteri della Russia sovietica. Tutti i nove vennero ritrovati morti, nella neve, nei mesi successivi. La spedizione era guidata dal ventitreenne Igor Djatlov; da lui il valico — che si trova circa 1.500 metri a sud del luogo del campo — prese il nome di Passo di Djatlov.

I dettagli del caso sono macabri e contraddittori: tenda strappata dall'interno (sembrava che gli escursionisti fossero fuggiti in panico), corpi sparsi a 1,5 km di distanza, alcuni con gravi ferite interne, due con tracce di radiazione, lingua mancante di una vittima, racconti di "sfere di luce" da spedizioni di soccorso. Le indagini sovietiche del 1959 chiusero il caso parlando di "forza convincente naturale ma sconosciuta". Per decenni, dozzine di ipotesi sono state proposte: dalla valanga al complotto KGB, dal contatto con UFO ai test di armi sovietiche. Nel 2020 una nuova analisi russa ha proposto una spiegazione plausibile e si pensa definitiva — anche se i sostenitori delle teorie alternative continuano a contestarla.

La spedizione

I nove erano:

  • Igor Djatlov, 23 anni, leader della spedizione, studente di radiotecnica
  • Zinaida Kolmogorova, 22 anni, studentessa di radiotecnica
  • Lyudmila Dubinina, 21 anni, studentessa di economia
  • Yuri Krivonischenko, 23 anni, ingegnere
  • Rustem Slobodin, 23 anni, ingegnere
  • Yuri Doroshenko, 21 anni, studente di tecnica
  • Nikolay Thibeaux-Brignolles, 23 anni, ingegnere
  • Aleksandr Kolevatov, 24 anni, fisico nucleare
  • Semyon Zolotaryov, 38 anni, guida (non studente, ex militare)

Erano studenti esperti di escursionismo, tutti membri del club alpinistico universitario. La spedizione (categoria III, la più impegnativa) puntava al monte Otorten attraverso un percorso di circa 350 km. Erano partiti il 23 gennaio 1959 e il 28 gennaio, dopo aver percorso un primo tratto, hanno iniziato la salita verso Otorten. Erano attesi al rifugio di Vizhay attorno al 12 febbraio.

Cosa accadde

La cronologia ricostruita (basata su diari sopravvissuti e fotografie):

  1. L'1 febbraio 1959, gli escursionisti piantarono la tenda sul versante orientale del Cholat Sjachl, a 1.080 metri di altitudine, in una zona esposta al vento.
  2. La tenda venne improvvisamente abbandonata in fretta — alcune ipotesi suggeriscono nel primo mattino o nelle ore notturne dell'1-2 febbraio.
  3. Gli escursionisti uscirono dalla tenda tagliandola dall'interno, in stato di apparente urgenza. Tutti i loro abiti caldi (giacche, stivali, guanti, calze) rimasero nella tenda.
  4. Si allontanarono a piedi scalzi o con calze sottili, per circa 1,5 km verso il bosco, in direzione est-sud-est.
  5. Quattro corpi furono trovati attorno al ponte sotto un grande cedro, evidentemente per cercare riparo dal freddo (probabilmente avevano costruito un piccolo fuoco e si erano riparati lì).
  6. Altri cinque corpi furono trovati a 200-300 metri dal cedro, in vari piccoli gruppi, sparsi nel bosco.
  7. Tre corpi furono recuperati solo a maggio, quando la neve si sciolse — l'ultimo gruppo era stato sepolto sotto 4 metri di neve in un ruscello.

Cause di morte determinate dalle autopsie del 1959:

  • Sei vittime: morte per ipotermia
  • Tre vittime (Dubinina, Zolotaryov, Thibeaux-Brignolles): morte per gravi traumi interni — fratture costali multiple, contusioni cerebrali, lesioni dell'arteria carotide. Le ferite erano descritte dai patologi come "compatibili con incidente automobilistico ad alta velocità" — ma nessun veicolo era nella regione
  • Una vittima (Dubinina): lingua e parte della bocca mancanti — possibili predazioni post-mortem o degenerazione tissutale in ambiente acquatico

Tracce di radiazione sopra-fondo furono rilevate su due dei vestiti (Krivonischenko e Kolevatov). L'origine della radiazione è dibattuta: forse contaminazione passiva da loro precedenti lavori in laboratorio (entrambi erano ingegneri lavoranti in centri nucleari), forse esposizione locale a sorgenti naturali, forse — per i sostenitori delle teorie cospirative — esposizione a test segreti.

Le ipotesi nel tempo

Le ipotesi proposte negli anni includono:

  • Valanga / piccola slavina: la più semplice. Una piccola slavina sopra la tenda avrebbe causato il panico e la fuga, e successivi danneggiamenti dei corpi nelle ore successive. Problema: nessuna evidenza di slavina è stata trovata sul sito (la pendenza è bassa).
  • Test di armi sovietiche: ipotesi che la spedizione abbia accidentalmente assistito a un test militare segreto — un missile a propellente solido, un'arma a impulso, una sostanza chimica sperimentale. Sostenuta da alcuni dettagli (lampi nel cielo visti da spedizioni di soccorso, radiazione, possibili coperture da parte del KGB). Le tracce documentali sono però vaghe.
  • Attacco dei nativi Mansi: gli escursionisti avrebbero violato un sito sacro dei Mansi (popolazione autoctona della regione), che li avrebbe uccisi. Ipotesi della prima indagine sovietica, poi scartata: i Mansi del 1959 non avevano armi adeguate per produrre i traumi descritti, e gli antropologi ricercando hanno confermato che la zona non era considerata sacra.
  • Yeti / creatura sconosciuta: una delle teorie più fantasiose. Promossa da varie pubblicazioni sensazionalistiche. Privi di qualsiasi evidenza.
  • UFO / fenomeno paranormale: alcune testimonianze di "sfere luminose" nel cielo (di abitanti dei villaggi vicini e di spedizioni di soccorso) suggerirebbero fenomeni anomali. Probabilmente erano osservazioni di test missilistici sovietici nella regione.
  • Infrasuoni vortice del vento: ipotesi proposta da Donnie Eichar in Dead Mountain (2013). La struttura orografica della montagna avrebbe potuto generare in particolari condizioni di vento un vortice cilindrico (Kármán Vortex Street) che produceva infrasuoni a basse frequenze, capaci di causare panico irrazionale e nausea nei nove. Ipotesi suggestiva ma non sperimentalmente confermata.

La spiegazione del 2020

Nel 2019-2020, il governo russo riaprì ufficialmente l'inchiesta sotto la direzione del procuratore generale Andrey Kuryakov. La nuova analisi, pubblicata in luglio 2020, conclude:

  1. Una piccola slavina (probabilmente non massiccia, ma sufficiente) si era staccata sopra la tenda nelle prime ore del 2 febbraio 1959.
  2. Gli escursionisti, parzialmente sotterrati o spaventati, hanno tagliato la tenda dall'interno per uscire rapidamente. I traumi interni di alcuni di loro sarebbero stati causati dal peso della neve, non da impatti diretti.
  3. Fuori della tenda, hanno deciso di scendere verso il bosco (1,5 km a est) per cercare riparo, sapendo che il vento li avrebbe disorientati nel ritorno alla tenda.
  4. Al bosco hanno acceso un fuoco e si sono divisi: alcuni sono rimasti al fuoco; altri (probabilmente più resistenti) sono risaliti verso la tenda per recuperare beni; altri ancora hanno cercato riparo in una valle vicina.
  5. Le temperature di -30 °C li hanno uccisi per ipotermia entro alcune ore.

L'analisi 2020 è plausibile ma non spiega tutti i dettagli (in particolare la radiazione sui vestiti, le lesioni post-mortem dei corpi recuperati a maggio, la "lingua mancante"). I sostenitori delle teorie alternative la considerano insufficiente. Le ricerche continuano.

Aggiornamento — 11 maggio 2026

Nel 2023 un'analisi sismologica retrospettiva, pubblicata su Communications Earth & Environment da Johan Gaume e Alexander Puzrin (ETH Zurigo), ha confermato — attraverso modello fisico delle nevicate dell'1-2 febbraio 1959 e analisi della topografia — la fattibilità della piccola slavina di neve come causa primaria della tragedia. Il modello prevede uno scivolamento di lastra di neve da circa 5 metri di superficie, di intensità sufficiente a danneggiare la tenda ma piccola abbastanza da non lasciare tracce evidenti a distanza di settimane. La ricostruzione 2020 risulta rinforzata.

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