Si conclude con quest’articolo il ciclo “Misteri alla corte di Luigi XIV”. Il mistero che mi accingo a raccontarvi è molto particolare in quanto non è circoscritto ad un solo avvenimento, ma riguarda molti accadimenti e molte persone il cui destino si è intrecciato e le malefatte compiute hanno dilagato in pressoché tutta la nobiltà francese del XVII secolo.
Il paradosso in questa situazione consiste nella particolare condizione della Francia nel 1680. In tale periodo la Francia aveva l’immagine di uno stato forte, all’avanguardia ed internazionale. La sua regalità e opulenza erano però offuscati da un’ombra che si muoveva all’interno della reggia di Versailles e all’interno della corte, composta da nobili arrivisti e senza scrupoli che occupavano le adornate stanze del palazzo.
La vicenda di cui voglio parlarvi, che passò alla storia come “l’affare dei veleni”, fu solo il sintomo di una malattia che serpeggiava tra i membri di una società gretta e arrivista, estremamente ignorante che usava il dubbio e la superstizione per ricevere favori e vantaggi per sé stessa.

La particolarità che sconvolge e che suscita curiosità nella mente di chi si informa su questo fatto, è la casualità quasi sconcertante con cui si cominciò ad indagare su questa faccenda. Infatti, nonostante quello che successe stava divorando da dentro l’aristocrazia francese e non solo, probabilmente se non ci fosse stato il sospetto di un attacco alla vita del sovrano, queste azioni scellerate sarebbero rimaste segrete e senza un colpevole.

Lo scandalo e la questione coinvolsero quasi tutti i personaggi della corte e l’indagine colpì dal più misero servo al più alto rappresentante, non senza distinzione alcuna.
Luigi XIV per far fronte alla crescente minaccia e risolvere con discrezione il problema sempre più gravoso istituì, una apposita commissione, formata da quattordici giudici scelti ai vertici della magistratura, col compito di istruire i vari processi in parallelo e di condurli nella più assoluta riservatezza. Tutti i casi presi in esame avevano a che vedere con l’uso del veleno e il sovrano voleva che il popolo non ne venisse a conoscenza. A questo tribunale fu dato il nome di:” Camera Ardente”.

Partiamo dall’inizio e cerchiamo di dare un senso cronologico alla vicenda.

Nel 1672 alla morte di un ufficiale di cavalleria di nome Godin de Saint-Croix, nei suoi documenti personali furono scoperte alcune memorie che accusavano la sua amante, la marchesa di Brinvilliers d’aver avvelenato il proprio padre, i suoi due fratelli e sua sorella per impadronirsi delle loro eredità. La marchesa di Brinvilliers fu sottoposta a processo e giustiziata nel 1676.

Nel febbraio del 1677 viene arrestata Magdeleine de La Grange, una indovina accusata di avere inscenato (con l’aiuto di un prete) un finto matrimonio con un vecchio avvocato, da cui era andata ad abitare, e di averlo successivamente avvelenato per ereditarne i beni. Normalmente questi due casi potrebbero sembrare comuni casi di cronaca nera dell’epoca ed effettivamente lo sono ma l’ultimo caso metteva in luce, almeno secondo l’accusata, un complotto ai danni del sovrano e il coinvolgimento del ministro della Guerra, il marchese di Louvois.

Capirete quindi il clima di sconcerto e la situazione sempre più difficile che si era creata. L’anno successivo, un’altra inchiesta svelò che una certa Maria Bosse aveva fornito veleni ad alcune spose dei membri del parlamento, le quali volevano sbarazzarsi dei rispettivi mariti. Maria Bosse denunciò altre donne, facendo così crescere, mano a mano, le accuse verso importanti nomi, legati a ceti sociali sempre più alti.
Le pesanti risposte, i nomi e i fatti che uscirono fuori da queste inchieste non diedero scampo al re che costretto con le spalle al muro, istituì il tribunale di cui ho parlato sopra per far fronte alla situazione sempre più carica e pericolosa.

Durante queste inchieste furono citati personaggi noti ed influenti e nessuno fu risparmiato da questo vortice di scandali e segreti a corte. I nomi erano prevalentemente di donne di alto lignaggio, quali Madame de La Mothe, Olimpia Mancini, contessa di Soissons, Maria Anna Mancini le Mademoiselle des Œillets et Cato, le nipoti del cardinale Mazzarino,  duchessa di Bouillon, la contessa di Roure, la viscontessa di Polignac e ultimo ma non per importanza il maresciallo di Luxembourg. Altri nomi di importanti esponenti della nobilita francese furono citati ma per ovvie ragioni non possiamo elencarli tutti.

Seguiva poi una schiera di indovine, lettrici di oroscopi, chiromanti, che fino ad allora non aveva avuto problemi con le autorità, ma che ad un’indagine attenta si rivelavano dedite ad attività più particolari come quella di vendere alle loro clienti afrodisiaci, fatture, filtri d’ amore, e aiutarle, all’ occorrenza, a sbarazzarsi di gravidanze inopportune.

Nelle situazioni peggiori: mariti troppo brutali, amanti traditori, rivali sfortunate. Le soluzioni erano il piatto forte di queste donne senza scrupoli che consigliavano il ricorso al veleno praticamente per ogni problema.
Nel 1679 con l’incarcerazione di Marie Bosse, Catherine Montvoisin, detta la Voisin, e Adam de Coeuret che si era soprannominato Lesage (il saggio), l’inchiesta giungeva a una svolta. I nuovi arrivati, due indovine e un mago che avevano lavorato insieme e che adesso si accusavano tra di loro senza riserva alcuna, finirono per confessare di avere fatto abortire un numero altissimo di donne, di avere avvelenato su commissione svariate persone, di avere praticato la magia nera, organizzato riti satanici e celebrato messe sacrileghe nel corso delle quali erano stati sacrificati dei neonati.

Il luogotenente di polizia La Reynie condusse un’inchiesta accurata e ne venne fuori che all’accusa di avvelenamento si aggiungevano altri efferati crimini: messe nere celebrate da preti scomunicati, profanazione di ostie consacrate ed anche fabbricazione ed introduzione di monete false.

L’apice di tutta la vicenda fu toccato nel febbraio 1680 quando la figlia della Voisin chiamò in causa Madame de Montespan: l’amante o meglio la preferita del sovrano.
Madame de Montespan aveva avuto rapporti con la Voisin per ottenere dei preparati idonei a risvegliare l’amore del re, Luigi XIV. Tuttavia la Montespan, per disposizione del re, fu risparmiata ed i suoi accusatori rinchiusi nelle fortezze reali. La Montespan, madre di sei figli del Re, rimase a corte ma, caduta in disgrazia, fu relegata in un modesto appartamento di Versailles ove visse ancora per dieci anni e dove morì in solitudine.

Così, nel 1682, la “Camera Ardente” veniva sciolta su ordine del Re. Colpevoli o innocenti, tutti coloro il cui nome era stato fatto in relazione a un possibile coinvolgimento di Madame de Montespan nell’ “Affare dei veleni” venivano condannati, senza processo, al carcere a vita e rinchiusi, in stato di totale isolamento, nelle prigioni più inaccessibili del regno.

La Commissione infine si era riunita 210 volte e aveva ordinato 319 arresti; una ventina di persone erano riuscite a fuggire e 194 erano state incarcerate; di queste, 34 erano state giustiziate e 2 erano morte sotto tortura.

Fonte per le immagini: Wikimedia, Wikipedia

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