Nell’antica Grecia nulla di importante veniva intrapreso senza consultare gli oracoli. Ma realmente cos’è un oracolo?  L’oracolo (dal latino oraculum) è una persona che formulava una sentenza o un responso e prediceva il futuro, solo come tramite, per volontà degli dei, ma ancor di più stava a indicare il luogo sacro dove venivano formulati i responsi.
Il mito narra la nascita di questi siti, facendolo risalire ad Apollo che aveva un conto da regolare con il serpente Pitone, figlio di Gea che aveva perseguitato tanto crudelmente sua madre Leto, prima della sua nascita, costringendola a scappare per tante terre. Quando divenne un giovane bello e forte, partì dall’isola natale e si diresse ai piedi del monte Parnaso, dove in un’orrida caverna c’era il mostruoso serpente; Apollo allora si affacciò alla grotta lanciando al suo interno una torcia accesa e fumante, che avrebbe costretto il serpente a venir fuori. Pitone infatti uscì, Apollo tese l’arco e gli lanciò addosso un’infinità di frecce, che uccisero finalmente l’infernale serpente. La caverna di Pitone, divenne un oracolo, il più famoso oracolo di tutto il mondo antico, l’oracolo di Delfi. In questa grotta, dalle crepe nel terreno, uscivano vapori eccitanti che inebriavano la sacerdotessa, Pizia, che assisa su un tripode pronunciava le parole sconnesse e oscure, che un profeta interpretava.
Mentre se ci riferiamo alla letteratura, il primo autore classico che narra dell’origine del santuario è Diodoro Siculo, scrittore del I secolo a. C., il quale riferisce che un pastore, tale Kouretas, si accorse un giorno che una delle sue capre, caduta in una cavità rocciosa, belava in modo strano. Il pastore, entrato nella grotta, si sentì pervadere dalla presenza divina e da quell’istante iniziò a ottenere visioni del passato e del futuro. Eccitato dalla scoperta, Kouretas avvertì gli abitanti del suo villaggio, molti dei quali si recarono più volte nella grotta fino a che uno di loro morì. Da quel momento, l’accesso alla cavità fu permesso solo alle giovani vergini, ma dopo che Echecrate di Tessaglia rapì e violentò la veggente di cui si era invaghito, fu decretato per legge che nessuna vergine avrebbe più vaticinato e il ruolo venne riservato alle donne d’età matura.
La diffusione di questi siti crebbe enormemente col crescere della potenza e della cultura della Magna Grecia e non c’era regione che non ne avesse almeno uno. Gli oracoli si contavano a decine, per la maggior parte consacrati a Zeus e ad Apollo, ma quello di Delfi era il più famoso della Grecia, con la sua sacerdotessa Pizia.
I santuari più prestigiosi erano meta di continui pellegrinaggi e ricevevano cospicue offerte in cambio delle loro preziose rivelazioni.
Il responso veniva formulato con espressioni ambigue, che si prestavano a diverse interpretazioni. Il dio, secondo la tradizione, non rivelava il futuro ma nemmeno lo nascondeva: lo esprimeva in un messaggio misterioso che l’uomo doveva essere capace di interpretare. Se la profezia non si avverava, voleva dire che il responso non era stato compreso o era stato male interpretato. L’oscurità del responso tutelava l’infallibilità del dio e dei suoi interpreti.
Naturalmente vi era un rito preparatorio alla consultazione: si cominciava con la purificazione del consultatore con abluzioni e sacrifici espiatori, come ad esempio sacrificare una capra, il cui corpo sarebbe stato lavato con l’acqua della sorgente del santuario e dai cui organi, in particolare dal fegato, i sacerdoti, nel ruolo di aruspici, avrebbero divinato la buona riuscita o meno dell’incontro con la veggente. Era inoltre consuetudine versare una generosa offerta in denaro al santuario, la cui entità condizionava anche la priorità di ammissione al cospetto della sacerdotessa. Infatti con il passare dei secoli il ruolo di intermediario venne affidato quasi esclusivamente alle donne, che dovevano essere vergini e che adottarono il nome di Sibilla. Finalmente soddisfatti tutti i requisiti, il supplice veniva condotto nell’adyton, la camera inaccessibile del tempio, che, nel caso particolare di Delfi, consisteva in una cella sotterranea dove egli avrebbe potuto consultare la Pizia e ottenere l’agognato vaticinio.
La donna sapiente in grado di predire il futuro compare nelle tradizioni di molti paesi, ma nessuna più della Sibilla Cumana fu celebrata nell’antichità. Già in epoca molto remota alcune popolazioni dell’Asia occidentale si tramandavano sotto forma di versi i responsi di profetesse conosciute come “Sibyllai”.
In realtà s’ignora cosa significhi la parola “sibilla”, benché la leggenda narri che tale fosse il nome di un’indovina di Marpessus, nei pressi di Troia, nota per aver espresso i suoi oracoli in indovinelli scritti sulle foglie delle piante. È certo comunque che la tradizione delle Sibille finì per diffondersi anche tra i Greci, e poi tra i Romani, radicandosi in varie località. Sibilla divenne un termine generico attribuito a un gran numero di profetesse sparse in tutto il mondo antico, e in modo particolare a Cuma, in Campania.
Queste sacerdotesse erano avvolte da un alone di misticismo e mistero. Il dio parlava attraverso le loro bocche, dopo averle invasate con il suo spirito, questo era quello che veniva raccontato, in realtà, per entrare nello stato di trance profetico, le sibille masticavano foglie di alloro, l’albero sacro ad Apollo, oppure sedevano su un tripode, vicino a una spaccatura del terreno, e aspiravano gli intossicanti fumi vulcanici che ne uscivano; non a caso i maggiori oracoli si trovavano nei pressi di zone vulcaniche, come Cuma o Delfi. Già lo storico greco Plutarco, che aveva servito come sacerdote al tempio di Delfi, affermava che la Pizia, per ottenere le visioni, si rinchiudeva in un antro dove «dolci vapori» fuoriuscivano dalle rocce; ma ricerche, anche di tipo geologico, per verificare questa ipotesi sono state condotte più volte nel sito di Delfi, senza risultati significativi.
La sacerdotessa di Apollo più famosa penso resti Cassandra, la bella figlia di Ecuba e Priamo, re di Troia. La sua capacità di divinazione le fu fatale. Infatti Apollo, innamorato di Cassandra, per guadagnare il suo amore, le donò la dote profetica ma, una volta ricevuto il dono, lei rifiutò di concedersi a lui: adirato, il dio le sputò sulle labbra e con questo gesto la condannò a restare sempre inascoltata. Già in tenera età, alla nascita di Paride predisse il suo ruolo di distruttore della città, ma non venne creduta, come anche in occasione del cavallo di legno che fu introdotto in città, apparentemente come dono per il dio Poseidone, ma che al suo interno conteneva soldati greci, e anche qui rimase ingiustamente inascoltata.
Abbiamo testimonianza della Sibilla Cumana anche nel sesto libro dell’Eneide, dove l’eroe troiano Enea va a consultarla nel suo tempio, in un “antro immane” posto sotto il Tempio di Apollo, nei pressi del Lago Averno, considerato l’ingresso l’Ade. Il misterioso lago, distante soli 4 km da Pozzuoli, conserva tuttora il nome originario. Ma la grotta della Sibilla Cumana esiste davvero? Negli anni 20 in quella zone ci furono degli scavi che portarono alla luce una caverna enorme, lunga 183 metri, con pozzi luce e cisterne d’acqua. La galleria attraversava in linea retta una collina. Nel 1932 fu scoperta una seconda caverna, che gli archeologi ritennero essere proprio quella della Sibilla. Vi si accede tramite una galleria lunga 107 metri, con 12 brevi passaggi laterali che si aprono sul fianco del colle, da cui filtra la luce. La galleria principale termina in un vestibolo contenente un paio di sedili scavati nella roccia e al di là di essi una camera a volta. Forse i visitatori della Sibilla si sedevano in attesa di consultarla mentre la sacerdotessa vaticinava nascosta dalla porta che separava il vestibolo dal tempio interno. Inoltre essi erano probabilmente in uno stato di esaltata aspettativa dato che, durante il giorno, l’alternarsi di fasci di luce e oscurità originati dai pozzi, lungo la galleria, faceva sì che chiunque provenisse dall’interno per condurre i nuovi arrivati al tempio apparisse e scomparisse. Nonostante questa caverna continui a essere mostrata ai visitatori come quella della Sibilla, già nel 1932 gli studiosi avevano concluso che essa risaliva ad un periodo decisamente più tardo, identificata come un’opera militare probabilmente costruita dal generale romano Agrippa (ca. 63- 12 a.C.).
Gli oracoli conobbero un’inarrestabile declino a partire dal IV secolo a.C.. Per quasi 2000 anni la posizione di sacerdotessa dell’oracolo venne ricoperta da donne scelte per la loro levatura morale e per le loro doti divinatorie, fino al 392 d.C. quando la pratica venne proibita dall’imperatore romano Teodosio I che, dopo aver reso il Cristianesimo religione di Stato nel 380, aveva soppresso i culti pagani attraverso i decreti teodosiani.
Era davvero il dio che parlava attraverso le sue sacerdotesse o erano solamente un modo per spillare doni e ricchezze a chi ingenuamente e con la speranza nel cuore si rimetteva al parere del dio? Cosa hanno di diverso gli antichi oracoli greci e latini con le attuali veggenti o profezie delle varie religioni? Trovare una risposta è davvero ardua. E voi cosa avreste chiesto all’oracolo?

Fonte per le immagini: Pixabay

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