Tra la fine del XV secolo e la prima metà del XVI secolo operò a Palermo una misteriosa e molto temuta setta di incappucciati, i cui membri conducevano nei sotterranei della città siciliana una vita parallela segreta, fatta di vendette, cospirazioni e processi sommari. Caratteristica peculiare della setta era la massima segretezza, tanto che i membri sconoscevano l’identità dei compagni.

La storia della setta diventò popolare con la pubblicazione a puntate sul “Giornale di Sicilia” nel 1909, delle loro vicende, a cura dello scrittore Luigi Natoli che successivamente le raccoglierà in un volume nel 1921. Ma, in realtà, il primo a parlare di questi giustizieri incappucciati fu il marchese di Villabianca, le cui storie sui Beati Paoli sono da considerarsi ben più attendibili, poiché le sue fonti facevano diretto riferimento alle tradizioni orali palermitane, che egli ha trascritto negli “Opuscoli Palermitani” alla fine del 1700. Il marchese riteneva che le origini della setta risalissero alla fine del XII secolo e che questa fosse nata con il nome di “Vendicosi” ovvero “Vendicatori”, con lo scopo di proteggere i deboli dallo strapotere e dai soprusi dei nobili, anche se il suo punto di vista risultava viziato dal fatto che egli stesso era un nobile e ciò lo ha portato a manipolare le storie tramandate oralmente, dipingendo i Beati Paoli come spietati banditi.

Data la molteplicità di teorie circa la loro esistenza e i loro reali intenti, è lecito mettere in dubbio la loro veridicità storica, pensando che tutto ciò possa essere frutto di un invenzione letteraria.
Ma chi erano i Beati Paoli? Uomini intelligenti e spietati che accoglievano le richieste dei committenti, persone del popolo, stanche dei soprusi dei potenti, e agivano nell’oscurità per compiere le loro vendette. Gli adepti della setta si ritenevano invisibili e non lasciavano tracce del loro operato, probabilmente anche per questo non esistono documenti storici che ne attestino l’esistenza ufficiale. Il marchese di Villabianca ci parla dell’origine della setta, che pare sia nata per volontà di un gruppo di persone devote a san Francesco da Paola (probabilmente da ciò deriva il nome “Beati Paoli”), che di giorno si muovevano indisturbati tra le chiese, vestiti con un saio marrone, spacciandosi per monaci, riuscendo così a carpire in confessione i segreti e gli avvenimenti che succedevano in città. Di notte indossavano invece un sinistro saio nero con un cappuccio sulla testa e due fori all’altezza degli occhi.
I loro verdetti erano inappellabili e spietati e per chi veniva condannato a morte non c’era via di scampo. Veniva prelevato, incappucciato e portato al cospetto del capo. Dopo un processo sommario, la sentenza veniva eseguita: il colpevole veniva pugnalato. I Beati Paoli processavano chi abusava del proprio potere ai danni dei più deboli e indifesi, ma si prestavano anche ad eseguire vendette personali e delitti comuni, forti dell’alone di mistero che li circondava.

Il luogo in cui si riuniva la setta è un dedalo intricato di ampie cavità sotterranee probabilmente appartenente a una necropoli cristiana del IV-V secolo d.C., sotto il quartiere popolare del “Capo” ed è accessibile attraverso una cripta esistente nella chiesa palermitana di Santa Maria di Gesù al Capo (o Santa Maruzza ri Canceddi) che si affaccia sulla piazza ora dedicata ai Beati Paoli. Un secondo ingresso dà sul vicolo degli Orfani che conduce al palazzo gentilizio Baldi-Blandano: al primo piano, tramite una piccola porta, si raggiunge l’antro che porta ad una grotta sotterranea. L’interno del presunto covo, probabilmente una cosiddetta “camera dello scirocco”, fatta scavare dagli aristocratici per riposarsi al fresco durante le afose giornate estive, si presenta come una stanza circolare attorniata da un sedile in pietra ricavato nella stessa roccia; in fondo alla stanza vi è un pozzo, mentre su una parete una nicchia fa pensare ad un ulteriore passaggio segreto. Il sotterraneo fu utilizzato come rifugio durante i bombardamenti della seconda guerra mondiale.
Attraverso questi cunicoli i leggendari incappucciati potevano muoversi facilmente in gran segreto per la città, rendendosi invisibili e imprendibili, alimentando così il loro mito.

Fuggevoli e invisibili, non sappiamo e probabilmente non sapremo mai, se i Beati Paoli siano realmente esistiti, ma la loro memoria è così radicata nella realtà storica di Palermo che le loro gesta sono dipinte nei colorati carretti siciliani, narrate nelle rappresentazioni dei cantastorie e messe in scena nel teatro dei pupi, nel quale i Beati Paoli hanno sempre la meglio sulle guardie che danno loro la caccia, e non vengono mai smascherati.
Il mito dei Beati Paoli è stato usato spesso da molti per documentare storicamente l’origine della mafia in Sicilia, sebbene tale provenienza sia stata più volte rigettata sia per la natura organizzativa che per gli effetti sulla popolazione che veniva aiutata e protetta dai giustizieri incappucciati e invece oppressa e soggiogata dalla mafia.
Osannati o condannati, considerati eroi o delinquenti, la loro storia, dopo cinque secoli, è ancora oggi fortemente presente nella cultura tradizionale palermitana.

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