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La verità sulla Sacra Sindone

Nuove analisi confermano la presenza nella Sacra Sindone, il lenzuolo che avvolse Gesù, di una sostanza che il corpo produce in caso di torture.

È di pochissimi giorni fa la notizia che studi scientifici hanno dimostrato la reale possibilità che la Sacra Sindone abbia avvolto davvero un uomo sottoposto a torture.
Il dipartimento di Ingegneria industriale dell’Università di Padova e l’azienda francese Horiba Jobin-Yvon, specializzata in tecniche di analisi hanno collaborato per identificare una sostanza, di cui pare fosse intriso il famoso sudario, legata alla degradazione del sangue e delle fibre muscolari. Il risultato della ricerca, pubblicato sulla rivista scientifica Applied Spectroscopy, sottolinea come, grazie alla spettroscopia, sia possibile notare tracce rilevanti di biliverdina, sostanza che viene prodotta dalla decomposizione di sangue e altri tessuti organici in seguito a un trauma, avvalorando così la tesi che l’uomo avvolto nel sudario sia stato torturato, o che comunque sia morto violentemente, proprio come accadde a Gesù, stando alle Sacre Scritture.
Quest’importante scoperta ha permesso di indirizzare gli studiosi su una possibile autenticità del telo. Infatti, come sostiene Giulio Fanti, leader del team di ricerca, il fatto che abbia avvolto un uomo porta a escludere l’ipotesi della falsificazione, per la quale il lenzuolo di lino sarebbe opera di un artista del medioevo.
La Sacra Sindone, che secondo la tradizione è il lenzuolo citato nei Vangeli che servì per avvolgere il corpo di Gesù nel sepolcro, è stata più volte giudicata un falso.
Conservata nel Duomo di Torino, la sua storia risale al 1353, quando il cavaliere Goffredo di Charny donò al monastero di Lirey un lenzuolo che dichiarò essere il sudario che avvolse il corpo senza vita di Gesù. Prima di allora le tracce sono vaghe. Sono stati ritrovati dei testi che risalgono al V-VI secolo d.C., in cui si afferma che nella città di Edessa (oggi Urfa, in Turchia) era conservato un ritratto di Gesù (indicato con la parola greca Mandylion che significa “asciugamano”) “non fatto da mano umana“, impresso su un telo. Effettivamente è visibile una doppia immagine (una di fronte e l’altra di schiena), allineata testa contro testa del cadavere di un uomo, di cui è possibile riconoscere i tratti del viso. Nel X secolo il Mandylion venne trasferito a Costantinopoli, all’epoca capitale dell’Impero Bizantino e successivamente, con il sacco di Costantinopoli, quando innumerevoli oggetti preziosi vennero trafugati, s’ipotizza che la Sindone, come molti altri reperti, venne trasportata ad Atene e che a impossessarsi del telo fosse stato uno dei soldati francesi che avevano nel frattempo conquistato la città, probabilmente il nostro Geoffroy o Goffredo de Charny.
Nella prima metà del ‘400, a causa dell’inasprirsi della Guerra dei cento anni, Marguerite de Charny, nipote di Goffredo de Charny prelevò la Sindone dalla chiesa di Lirey e la portò con sé nel suo peregrinare attraverso l’Europa, fino a trovare accoglienza presso la corte dei duchi di Savoia. La Sindone rimarrà di proprietà della famiglia Savoia fino al 1983, quando alla morte dell’ultimo re d’Italia, Umberto II, passò per lascito testamentario alla Santa Sede. I Savoia faranno costruire a Chambéry, la capitale del loro Ducato, una chiesa, la Sainte-Chapelle, per custodire la Sindone, ma nel 1532 un incendio la danneggerà provocando danni visibili ancora oggi. Due anni dopo le suore Clarisse di Chambéry la restaureranno chiudendo i buchi provocati dall’incendio con toppe che verranno eliminate solo nel 2002. Dopo aver trasferito la capitale del ducato da Chambéry a Torino nel 1562, Emanuele Filiberto porterà il telo con sé, facendo costruire una cappella tra il palazzo reale e il Duomo, dove è rimasta conservata fino ad oggi.
Più volte è stata messa in discussione l’autenticità della Sacra Sindone, in seguito anche a degli esami scientifici che hanno messo in evidenza una datazione diversa da quella che dovrebbe avere, se fosse stato realmente il sudario di Gesù. Nel 1988, l’esame del carbonio 14, eseguito contemporaneamente e indipendentemente dai laboratori di Oxford, Tucson e Zurigo, ha datato la sindone in un intervallo di tempo compreso tra il 1260 e il 1390, periodo corrispondente all’inizio della storia della Sindone certamente documentata. Altri esami di laboratorio, risalenti al 1973, constatarono la totale assenza di tracce di sangue nelle fibre del tessuto, a rincarare la dose ci pensarono altri esami chimici che scoprirono la presenza di pigmenti di origine vegetale come ocra rossa, cinabro e alizarina, che portano alcuni studiosi a pensare che si trattasse in realtà di un telo dipinto. Oggi, grazie a esami più moderni, possiamo affermare con certezza che piccolissime tracce di sangue del gruppo AB sono in realtà presenti e che i pigmenti riscontrati potrebbero essere residui di altre sostanze che successivamente hanno contaminato la Sindone.
Sono altri i particolari che ci fanno però riflettere sull’autenticità del reperto: ad esempio l’immagine rinvenuta sul lenzuolo non è distorta e allargata come quella che appare normalmente dopo aver appoggiato un tessuto su una superficie irregolare, inoltre l’immagine dorsale, essendo quella su cui premeva il peso del corpo dovrebbe avere maggiore intensità rispetto a quella frontale ma invece non è così. Una foto del 1898, eseguita da Secondo Pia, ha rivelato che l’immagine è un negativo, poiché l’immagine della Sindone sul negativo fotografico appare “al positivo”; inoltre il lenzuolo è intessuto con una struttura a spina di pesce, ma nessun reperto del I d.C. riguardante lenzuoli funerari riportano caratteristiche simili, che invece sono tipiche di quelli medioevali, coincidenti con il periodo della datazione stabilita dall’esame del carbonio 14.
La Sacra Sindone è davvero un manufatto di origine medievale e quindi falso? Non possiamo sostenerlo con certezza, né tantomeno possiamo affermare il contrario. Inizialmente la Chiesa cattolica si espresse in senso negativo sull’autenticità della Sindone, per poi, invece, autorizzare il culto nei secoli successivi. Dal XX secolo la Chiesa cattolica ha scelto di non esprimersi ufficialmente sulla questione dell’autenticità, lasciando alla scienza il compito di esaminare le prove a favore e contro, autorizzandone però il culto come icona della Passione di Gesù.
Ci sono una miriade di indizi, dettagli, teorie, risultati di laboratorio che in quasi 800 anni hanno detto tutto e il contrario di tutto, rendendo impossibile arrivare alla verità. Però una cosa è certa: per chi crede nell’esistenza di Gesù e nella sua passione, questo manufatto ha un valore inestimabile, che non fa altro che rafforzare la propria fede, ponendo in secondo piano test chimici e risultati di laboratorio, perché alla fine quello che conta non sempre risiede nella verità della scienza.

 

Fonte per le immagini: Wikipedia, Wikimedia

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