La codifica dei codici è un’arte antica, che risale alle prime civiltà che scrivevano in modo criptico, ordini e messaggi in modo tale da poter comunicare indisturbati senza timore di essere svelati ed incorrere alle conseguenze che si creano quando si nasconde qualcosa. Ebbene se parliamo di codici e codifica di un libro o di un testo non possiamo non parlare del manoscritto Voynich, un codice illustrato scritto a mano risalente probabilmente agli inizi del 1400, mi sono espresso con tono abbastanza vago proprio perché intorno a quando sia stato scritto il manoscritto, vi è ancora un acceso dibattito, anche se la datazione al carbonio ha stabilito un periodo ben preciso che va dal 1404 al 1438.

Questo fantomatico libro prende il nome da Wilfrid Voynich il suo scopritore; Wilfrid Voynich era un mercante di libri di nazionalità polacca, ma successivamente naturalizzato inglese, che lo acquistò nel 1912 in Italia a Frascati, nel collegio gesuita di Villa Mondragone. I frati gesuiti vendettero il manoscritto insieme ad altri ventinove libri, non solo per la retribuzione dei frati che ne avrebbero ricavato ma anche per salvare questi volumi dagli espropri del nuovo Regno d’Italia.

All’interno del libro Wilfrid Voynich trovò una lettera di Johannes Marcus Marci, (rettore dell’università di Praga tra il 1595 e 1667), ma soprattutto medico reale di Rodolfo II di Boemia, scritta all’amico carissimo Athanasius Kircher, che essendo poligrafo di mestiere, sarebbe stato in grado di decifrarlo. Nella lettera Johannes Marcus Marci affermava di aver ereditato il manoscritto da un amico in questo caso l’alchimista Georg Baresh e che il suo precedente proprietario l’imperatore di Boemia di cui lui ricordiamo era il medico reale, lo aveva acquistato ad una cifra elevatissima per l’epoca credendo il manoscritto un’opera di Ruggero Bacone.

La particolarità del manoscritto si cela proprio nel modo in cui è stato scritto, un idioma incomprensibile e un sistema di scrittura che tutt’ora non trova collocazione.

Il Manoscritto Voynich  contiene non solo codici ma anche immagini a colori ritraenti oggetti e soggetti di vario tipo, grazie alle illustrazioni è stato possibile nono solo dedicare maggiore comprensibilità al testo ma anche suddividerlo in varie sezioni: Botanica, astronomica o astrologica (compreso diagrammi, stelle pianeti, segni zodiacali) biologica (con elementi raffiguranti scene di nudo femminili, dedite a fare un bagno in una strano liquido scuro e strane illustrazioni simili a delle cellule)ed infine vi è la parte farmacologica. È importante ricordare che il manoscritto Voynich è interamente scritto in pergameno di capretto, e i fogli sono larghi sedici centimetri di larghezza e ventidue altezza, ed è composto da 102 fogli ovvero 204 pagine; anche se gli studiosi ritengono che inizialmente i fogli erano 116 e 14 siano stati smarriti o magari volutamente occultati.

Ricordate che a inizio capitolo avevo affermato che sulla datazione vi è una controversia aperta? Ad oggi anche se la datazione al carbonio ha rivelato con una certa esattezza una data abbastanza precisa in un periodo compreso tra il 1400 e 1434, fino al 2011 si era pensato che il manoscritto fosse un falso inventato e scritto per Riccardo II di Boemia, in quanto il volume era ritenuto una truffa realizzata ad opera del mago e falsario Edward Kelley, aiutato dal suo amico e filosofo John Dee ai danni del sovrano. Ovviamente grazie alla datazione al carbonio questa teoria è stata scartata, anche se alcuni sostenitori di questa tesi, sostengono che la riluttanza dell’istituto che conserva il manoscritto e quindi l’impossibilità di controllare l’inchiostro lascino aperta quest’ipotesi.

Un’altra ipotesi che sostiene che il manoscritto Voynich sia relativamente più recente in base alla data stabilita dalla datazione al carbonio, in quanto una tra le piante raffigurante nella sezione botanica, una tra di esse, somiglia familiarmente ad un girasole; un fiore scoperto nel nuovo mondo e quindi nel dopo il 1492 la data di scoperta dell’America ad opera di Cristoforo Colombo, quindi l’autore dell’illustrazione non poteva conoscere la pianta se non dopo quella data e quindi secondo questa ipotesi la datazione sarebbe non corretta.

Nel corso dei secoli vari furono i tentativi di decriptazione del manoscritto ad opera di studiosi e scienziati, e anche della marina statunitense, ma tutti furono convinti in più fasi di aver tradotto e invece furono ingannati dallo stesso manoscritto che ancora una volta si rivelava indecifrabile. William Newbold sosteneva che fosse scritto in un latino antico camuffato, Joseph Martin Feely e Leoell C. Strong usarono il metodo di decifratura sostituivo, con risultati inconcludenti, questi tre studiosi pur utilizzando metodi diversi avevano come punto in comune della loro interpretazione, il fatto che il manoscritto fosse un ‘opera di Ruggero Bacone e che a lui fosse da attribuire quindi la paternità del manoscritto.

Altri studiosi dopo la seconda grande guerra provarono, ma invano il manoscritto restituiva risultati che non avevano nulla a che vedere con una possibile traduzione, benché usassero i metodi più innovativi non vi è e non vi era speranza di tradurlo. William F. Friendan e Robert Brumbaugh eminenti professori nei loro rispettivi campi anche loro non ebbero risultati fortunati, dobbiamo aspettare il 1978 ad opera del filologo John Striko che pensò di aver riconosciuto la lingua ucraina, per avere un’innovazione dal punto di vista dei risultati, ma purtroppo pur avendo la sua interpretazione, un senso in alcuni passi non corrisponde alle illustrazioni e quindi anche la sua traduzione non ebbe successo. Leo Litov nell’87 pensò che si trattasse di lingue medievali, ma ebbe gli stesi risultati di John Striko, traduzioni minime e parziali senza risultati concreti.                                                                                                                                                                            Lo studio comunque più significativo rimane quello di William Ralph Bennett, che usò il metodo della casistica alle lettere ed alle parole del testo, trovandone non solo la ripetitività, ma anche la semplicità lessicale, in questo senso il manoscritto sarebbe scritto con una lingua che avrebbe un vocabolario limitato e una bassissima entropia, tipica dei linguaggi semplici e più primitivi, che nel mondo moderno noi possiamo riscontrare solo all’hawaiano; Secondo questa interpretazione, le sillabe sono  volutamente ripetute e non sono sinonimo della cripticità del testo come si era sempre pensato, ma concezione semplicista del linguaggio. Nei tempi moderni e quindi in un’ottica più recente dobbiamo citare il ricercatore Stephen Bra, che dopo un attento studio sarebbe riuscito a comprendere almeno in minima parte, associando al linguaggio del manoscritto alla lingua dell’’Asia Occidentale, grazie a questa tecnica sembra che qualche segmento del manoscritto Voynich sia stato decifrato. In ogni caso resta comunque tutt’ora indecifrato, ma questo recente studio apre le porte a nuove speranze per una successiva interpretazione dello stesso.

Ma infine quale sarebbe lo scopo del manoscritto? Questa è la domanda da un milione di dollari che si pongono gli studiosi; purtroppo non conoscendone il contenuto possiamo trarne solo delle avanzate ipotesi sulle funzioni del manoscritto, come ho citato prima secondo molti è un falso creato ad opera da John Dee e ad Edward Kelley per truffare l’imperatore di Boemia che ricordiamo per acquistare il manoscritto sborsò una somma considerevole per quei tempi.

Secondo National Geographic sarebbe un’opera di Antonio Avellino, il manoscritto sarebbe infatti una delle prime opera di spionaggio industriale, ai danni della Serenissima Repubblica di Venezia in favore dell’impero Ottomano.

Un altro Studioso Stephen Bax, professore dell’università di Bedforshire, sostiene invece che il manoscritto non sia cifrato e che il senso del suo contenuto va cercato, partendo dalle illustrazioni per capire il testo. In questo modo sarebbe riuscito a carpire alcune parti e riconoscere alcune piante e costellazioni; lo studioso crede che il manoscritto non sia per niente cifrato, ma solo scritto in una lingua dimenticata con un alfabeto che non conosciamo, una probabile lingua estinta di origini miste tra la zona del Caucaso, il medio oriente e l’Asia centrale.

Al fine posso solo trarne che nell’interpretazione del manoscritto Voynich si brancola nel buio. Ed il suo mistero così affascinante permane adesso come allora.

 

 

 

Fonte per le foto: Wikipedia, Wikimedia

 

 

 

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